SAN FILIPPO NERI

San Filippo Neri, conosciuto come l’apostolo di Roma, è stato un sacerdote italiano noto per il suo spirito umoristico e la sua dedizione al servizio degli altri. Nato il 21 luglio 1515 a Firenze, Filippo si trasferì a Roma nel 1533, dove iniziò a lavorare con i giovani e i poveri. Una delle sue caratteristiche più distintive era la sua allegria: usava l’umorismo come strumento evangelico, convincendo che la fede cristiana potesse essere vissuta con gioia e non solo con austerità. Filippo fondò la Congregazione dell’Oratorio, una comunità di sacerdoti senza voti monastici che si dedicava all’evangelizzazione attraverso la preghiera, la musica e l’insegnamento. Un episodio significativo della sua vita riguarda un miracolo accaduto durante la Pentecoste del 1544, quando una sfera di fuoco gli entrò in petto durante la preghiera, causandogli un’esperienza mistica che gli allargò il cuore fisicamente. Questo evento influenzò profondamente il suo approccio spirituale, caratterizzato da una fervente preghiera interiore. San Filippo Neri morì il 26 maggio 1595 e fu canonizzato nel 1622 da Papa Gregorio XV. La sua festa liturgica si celebra il 26 maggio.
Il fondatore della Congregazione dell’Oratorio fu uno degli apostoli della Roma cinquecentesca proponendo una spiritualità basata sulla tenerezza, sulla prevalenza delle mortificazioni spirituali su quelle materiali e su una irresistibile allegrezza
Ogni anno i principi Massimo aprono il loro palazzo a tutti i romani per commemorare un episodio sconcertante di cui fu protagonista San Filippo Neri. Il 16 marzo 1584 un figlio del principe Fabrizio, il quattordicenne Paolo, moriva dopo una lunga malattia. Padre Filippo, che avrebbe voluto assisterlo negli ultimi istanti, arrivò troppo tardi. Non poteva fare altro che raccogliersi in preghiera. Ma dopo qualche minuto fra lo stupore generale la sua voce risuonò sul brusio della camera: chiamava il ragazzo quasi volesse destarlo dal sonno. Paolo riaprì gli occhi e dopo aver soddisfatto un bisogno nel vasino, cominciò a confidarsi con il santo. A un certo momento Filippo gli domandò se sarebbe morto volentieri; e lui rispose di sì, che se ne sarebbe andato senza rimpianti perché avrebbe raggiunto in cielo la sorella e la madre. «E allora va’ in pace» esclamò il sacerdote mentre il ragazzo chiudeva di nuovo gli occhi. La camera del miracolo venne successivamente trasformata nella cappella che si può visitare nella ricorrenza dell’avvenimento.
Filippo Neri era nato a Firenze il 21 luglio 1515 in una famiglia borghese «piagnona», cioè seguace del Savonarola; e del fiorentino aveva l’estro, il gusto per l’osservazione bizzarra e per il paradosso, come ha osservato Rita Delcroix in Filippo Neri, il santo dell’allegria. Celebre a questo proposito è la penitenza data a una donna che aveva il vizio di sparlare degli altri: le comandò di spennare per strada una gallina morta e poi di raccogliere tutte le penne volate via.
A Roma era giunto nel 1534 da San Germano, la Cassino d’oggi, dove il padre l’aveva mandato perché cominciasse a lavorare con uno zio mercante; ma il ragazzo già sentiva un’altra vocazione, tant’è vero che si recava spesso all’abbazia e alla Montagna Spaccata di Gaeta dove maturò la sua prima crisi spirituale che lo spinse a congedarsi dallo zio. Nella città, che stava appena riprendendosi dal sacco dei Lanzichenecchi, alloggiava presso un conterraneo, gestore della dogana pontificia, facendo da precettore ai figli e studiando nella vicina università. Frequentava anche le scuole di teologia al convento di Sant’Agostino approfondendo la conoscenza dei Padri della Chiesa e di san Tommaso.
Ma un giorno vendette tutti i libri di testo donandone il ricavato ai poveri: ormai non aveva più dubbi sulla sua vocazione. Così cominciava una straordinaria avventura spirituale che, come quella di altri santi del XVI secolo, fra cui Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo e Camillo de Lellis, che egli ebbe modo di frequentare perché abitavano a Roma, contribuì alla riforma della Chiesa. Alternava la preghiera all’assistenza ai malati negli ospedali senza dimenticare chi malato non era nel corpo ma nell’anima, dicendogli semplicemente: «Quand’è che cominciamo a fare un po’ di bene?». Così aveva raccolto i primi compagni che lo avrebbero seguito nelle sue opere di carità.
In quegli anni si recava spesso nelle catacombe di San Sebastiano per trascorrervi la notte in contemplazione: finché nella Pentecoste del 1544, mentre era in preghiera estatica, un globo di fuoco gli penetrò nel petto spezzando due costole dal lato del cuore, che s’ingrossò talmente da creare una protuberanza nel torace. Che vi fosse qualcosa di straordinario in quel cuore lo constatarono i medici dopo la morte scoprendo che era insolitamente grande e che due costole si erano rotte per permetterne l’espansione.
Nel 1548 fondò con altri laici la Confraternita della Trinità per soccorrere i pellegrini malati o in difficoltà e successivamente i convalescenti che, usciti dagli ospedali, avevano ancora bisogno d’aiuto. Qualche anno dopo, nel 1551, convinto dal suo confessore, si fece ordinare sacerdote andando a vivere presso il convitto ecclesiastico di San Girolamo alla Carità dove ancor oggi si possono visitare le stanze che abitò per quasi trent’anni.
In un granaio sopra la chiesa si riunivano ogni giorno intorno a padre Filippo − così veniva chiamato familiarmente − nobili e popolani, artisti e artigiani, banchieri e mercanti per pregare insieme e commentare qualche libro di ascetica o di storia della Chiesa oppure vite di santi. Quando gli altri parlavano Filippo poneva quesiti o dubbi che davano l’avvio a discussioni; e affinché le riunioni fossero più piacevoli si alternava ai discorsi il canto di qualche lauda in volgare. Era nato l’Oratorio dove maturarono studiosi e oratori, dal Baronio al Gallonio, dal Tarugi al Manni, dal Salviati al Velli, destinati a diventare celebri per santità e dottrina. L’Oratorio fu anche un laboratorio musicale perché le laudi si trasformarono da monodiche a composizioni a più voci con l’accompagnamento di espertissimi musicisti, primo fra tutti il compositore fiorentino Giovanni Animuccia; poi si fecero drammatiche con l’influsso della nuova musica drammatica. Infine nacque l’Oratorio musicale propriamente detto come nuovo genere che univa elementi epici e drammatici.
Ma l’attività era rivolta anche all’esterno: tutti i membri dovevano prestar servizio a turno come infermieri nel vicino Ospedale di Santo Spirito aiutando i ricoverati più derelitti, accompagnando gli agonizzanti verso la morte.
Spesso dopo l’oratorio principale, che si svolgeva nel pomeriggio, Filippo conduceva amici e discepoli in qualche giardino a conversare e cantare. Quel gusto di vivere all’aperto era un aspetto della sua «edenica» comunione con il cosmo e le creature che lo spingeva anche a trascorrere ore e ore in contemplazione sui terrazzini dove s’affacciavano le sue camerette che voleva sempre in alto. In quella di San Gerolamo alla Carità teneva una gatta, alcuni uccellini in una gabbia sempre aperta e infine un cagnetto bastardino bianco a chiazze rosse, che era solito portare con sé legato a un guinzaglio per le vie di Roma: il celebre Capriccio, che era appartenuto al cardinale di Santa Fiora, ma un giorno non aveva voluto più tornare dal padrone, conquistato dalle carezze di Filippo il cui nome tuttavia nel greco Phílippos —da philêin, amare, e híppos, cavallo — significava non amante dei cani ma amante dei cavalli.
Aveva anche inventato un originale pellegrinaggio per Roma: la visita alle Sette Chiese che si svolgeva la domenica e al giovedì grasso in contrapposizione al carnevale. Si cominciava il mercoledì sera con la visita a San Pietro per poi continuare il giorno seguente, dopo la pausa notturna, partendo da San Paolo fuori le mura e terminando, dopo un lungo giro che giungeva fino a San Sebastiano sulla via Appia, a Santa Maria Maggiore. A mezza strada ci si fermava a villa Celimontana per far merenda, conversare e riposarsi della camminata, come si vede in un quadro anonimo del XVIII secolo nella chiesa di Santa Maria in Vallicella.
Accanto all’Oratorio secolare sorse nel 1564 una comunità di sacerdoti, chiamati poi Filippini, che si raccoglievano nella chiesa di San Giovanni, costruita dai fiorentini i quali avevano voluto come rettore lo stesso padre Filippo. Erano semplici preti senza voti al servizio degli esercizi dell’Oratorio, legati a pochi obblighi come l’incontro serale nella preghiera e nel refettorio dove ci si formava a vicenda con la discussione.
Nel 1575 papa Gregorio XIII concesse a Filippo e alla sua comunità, eretta in Congregazione dell’Oratorio, la chiesa di Santa Maria in Vallicella, che venne interamente ricostruita in pochi anni. Il santo andò ad abitarvi soltanto nel 1588 per morirvi il 26 maggio 1595, che divenne la sua festa liturgica dopo la beatificazione nel 1610 e la canonizzazione nel 1622: vi fu sepolto in una cappella decorata con dipinti del Pomarancio. Ma tutta la chiesa insieme con le camere dove visse è ricca di quadri, affreschi e sculture che lo raffigurano o con la berretta, la tonaca, il rosario in mano oppure, come nel celebre quadro di Guido Reni, in ginocchio, con la pianeta rossa, gli occhi rivolti al cielo e di lato la Madonna a cui egli era particolarmente devoto e che gli era apparsa nella vecchiaia, durante una gravissima malattia, risanandolo. In altri quadri sono figurati gli episodi più popolari della sua vita, dai miracoli alle estasi durante le quali egli levitava e il suo cuore palpitava così forte da far tremare gli oggetti vicini. Filippo tentava di nascondere quei fenomeni che spesso capitavano durante la messa stremandolo.
Dalla chiesa della Vallicella, cui s’aggiunse dopo la sua morte l’oratorio del Borromini, s’irradiò la spiritualità filippina che si potrebbe riassumere in quattro punti: una singolare tenerezza per il prossimo, la prevalenza delle mortificazioni spirituali − in primo luogo quella della vanità − sulle corporali, un’allegrezza o letizia serena per potenziare le energie positive della psiche; e infine la semplicità evangelica di cui egli fu un esempio. In Filippo tutto ciò si fondeva in quella che Cristina Campo chiamava sprezzatura definendola «un ritmo morale, la musica di una grazia interiore… il tempo nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino inflessibilmente misurata, tuttavia, da un’ascesi coperta».
Con discrezione ed eleganza egli aveva confessato poveri e ricchi, principi e cardinali, rifiutando la berretta cardinalizia perché si sentiva più a suo agio nei panni di un semplice prete. Aveva continuato ad aiutare i più sfortunati, a rincuorare i disperati, ad accorrere là dove sapeva che qualcuno stava aspettando un aiuto spirituale o sperava addirittura in un miracolo, offrendosi agli altri con la generosità che lo aveva fatto soprannominare Pippo Bono. Ma soprattutto aveva amato Colui che nelle catacombe lo aveva segnato per sempre nel cuore, come cantava in un suo sonetto:
Amo, e non posso non amarvi, quando
resto cotanto vinto dal desio,
che ’l mio nel vostro e ’l vostro amor nel mio,
anzi ch’io in voi, voi in me ci andiam cangiando
SANT’EUTIZIO

La più antica e unica sicura notizia su Eutizio è data da s. Gregorio Magno, il quale racconta che il vescovo di Ferento, Redento, trovandosi un giorno in visita pastorale nella diocesi, “pervenit ad ecclesiam beati martyris Eutychii”, e volle passare la notte “iuxta sepulcrum martvris”.
Secondo una passio , notevolmente inquinata dalla leggenda, Eutizio era presbitero a Ferento; ritornato da Faleri, dove aveva celebrato la Messa in onore dei martiri Gratiliano e Felicissima, fu arrestato dai soldati del tribuno Massimo, al tempo dell’imperatore Claudio. Nonostante un tentativo del vescovo del luogo, Dionisio, per liberarlo, fu sottoposto a tormenti e quindi decapitato il 15 maggio. Lo stesso Dionisio ne curò la sepoltura in una cripta a quindici miglia circa da Ferento. Dopo la pace costantiniana, il corpo del martire fu posto in una cassa marmorea e sul sepolcro fu costruita una chiesa.
E’ impossibile precisare quando egli sia morto: con molta probabilità dovette perire nella persecuzione di Diocleziano, ma di lui niente si conosce. Nei pressi della sua chiesetta si trova un cimitero cristiano, in cui fu trovata un’iscrizione del 359.
Il culto di Eutizio si diffuse ben presto nell’alto Lazio; i comuni di Soriano e Carbognano, oltre ad erigere in suo onore chiese e cappelle, lo hanno scelto come patrono principale e ne hanno riprodotto l’immagine sullo stemma municipale. Nel 1244 la custodia della chiesa di Eutizio fu affidata dal papa Innocenzo IV ai Benedettini, che vi rimasero fino al 1400. Nel 1496, mentre si ricostruiva la chiesa a lui dedicata, caduta in rovina, fu trovato un sarcofago marmoreo con ossa corrose e, dalle notizie contenute nella passio, si dedusse che si trattava del corpo di Eutizio Nel sec. XVII fu eretta la Confraternita di s. Eutizio e nel 1744 la chiesa fu affidata a s. Paolo della Croce, che vi costruì un ritiro per i suoi Passionisti. Questi la conservano tuttora e l’hanno resa imponente con nuove costruzioni e opere sociali, rendendola un’insigne santuario, meta di numerosi pellegrinaggi.
Nel folklore locale è nota la così detta “manna” di s. Eutizio, della quale si parla già nell’appendice alla passio del santo e di cui si dice che sgorgasse dalla “pietra di s. Eutizio” un liquido biancastro e talvolta anche vermiglio, il cui uso avrebbe operato delle guarigioni miracolose.
Nell’iconografia Eutizio è rappresentato generalmente con le vesti sacerdotali, ma talvolta, come nelI’antico sigillo e nello stemma di Carbognano, con un mazzo di spighe nelle mani.
